Bologna Free Software Forum

Manifesto di intenti, quale documento fondativo

Software migliore è possibile.

chi siamo

Il Bologna Free Software Forum nasce per promuovere la cultura del software libero nella moderna società dell'informazione. La filosofia del c.d. copyleft è, a nostro avviso, una necessaria conseguenza del rifiuto del pensiero unico neoliberista che vuole il mercato quale norma unica e suprema e che vive della logica secondo la quale tutto deve essere ricondotto all?obiettivo unico della ricerca del profitto. Crediamo che Il software libero, postulando diritti e libertà per i cittadini e per gli utenti, offra un modello di pensiero alternativo estremamente valido.

Optiamo il software libero per i suoi caratteri etici, con una scelta che si pone nel solco del consumo critico. Ma non trascuriamo di sottolineare come questo sia un modello economicamente sostenibile e assolutamente competitivo. Un modello di sviluppo pragmatico, che si contrappone al modello di sviluppo del software proprietario, propugnato da alcune grandi software house, che si fonda sulla moltiplicazione e messa a profitto esponenziale di diritti di proprietà intellettuale.

Lo scopo del nostro gruppo è la promozione di questa tipologia di software, ma prima ancora, l?affermazione del modello di sviluppo che gli è sotteso, la rivendicazione di un sistema economico in cui i saperi, i beni immateriali e fra questi in primissimo piano il software e le conoscenze tecnologiche, siano in larghissima parte spazi di proprietà comune e condivisa.

presupposti teorici

Alla base del software stanno dei saperi. I processi logici e matematici che vengono in gioco nella costruzione di prodotti informatici, sono sapere. Il sapere tende per sua natura a circolare, a diffondersi e a farsi patrimonio comune. Lo scambiarsi il pensiero è una attività naturale dell?uomo, che avviene spontaneamente, parlando e relazionandosi. L?apprendere, l?imparare, il conoscere sono propensioni naturali dell?uomo, ineliminabili e non reprimibili.

È per questo che crediamo che, per loro natura, i saperi siano un bene sociale e la loro privatizzazione non può che essere un evento straordinario, da comprimere entro limiti precisi. La battaglia di questi anni è fra le forze che vogliono arrivare alla totale privatizzazione dei saperi, e coloro che ritengono che questi debbano essere un bene prevalentemente sociale. Il neoliberimo, ha fiutato nella proprietà intellettuale e nei beni immateriali l?affare del futuro. L?obiettivo cui punta è quello di renderli il più possibile mercificabili, assoggettati ai medesimi meccanismi di mercato che fino ad oggi hanno regolato i beni materiali, allo scopo di allargare sempre di più gli ambiti di possibile sfruttamento e per rendere sempre più efficiente il sistema di imposizione dei diritti. Non si parla più di opere letterarie, musicali, cinematografiche e di programmi. I confini della protezione di beni immateriali si allargano, ora si brevettano varietà di piante e tecniche di coltivazione, patrimoni genetici e molecole ed è partito l?attacco per la privatizzazione delle idee: i metodi commerciali, le tecniche di comunicazione, i procedimenti algoritmici.

L?altro versante di questo processo, è la perdita di valore commerciale del materiale, a beneficio del immateriale. È ad esempio il commercio fondato sul marchio, sul branding. Non ha più valore l?oggetto in se, quanto la firma, l'idea che lo accompagna: chi vende oggetti, deve diventare produttore di marketing, operatore del branding, venditore di sogni che facciano vendere robaccia prodotta tutta in outsourcing.

Le produzioni si decentralizzano, ma i veri custodi del potere del domani saranno coloro che produrranno e venderanno soltanto idee: industrie leggerissime che non produrranno altro che brevetti, marchi, protocolli commerciali e la cui unica attività sarà vendere diritti di sfruttamento.

È per questo che, nell?ottica del pensiero unico, si vuole che tutto debba diventare brevettabile, limitabile, irriproducibile se non dietro licenza. Le multinazionali non possono accettare che i malati del terzo mondo utilizzino senza pagare i loro principi farmaceutici oppure che lo stesso governo americano affronti l?emergenza antrace con un surrogato del farmaco Bayer, perché questi atti, economicamente irrilevanti, costituiscono una crepa nel nuovo sistema ideologico, che vuole che le idee siano merci, identiche a viti e bulloni, vuole che i diritti su beni immateriali caratterizzino ogni attività economica dell?uomo, a partire dalla più antica: l?agricoltura. E allora ecco la corsa a brevettare varietà di fagioli, di the, di grano, meglio se transgeniche.

Fra gli strumenti di questo attacco, spiccano i TRIPS (Trade-related aspects of intellectual property rights), accordi internazionali di diritto uniforme in materia di proprietà intellettuale. Questi accordi hanno lo scopo dichiarato di creare un sistema di tutela della proprietà intellettuale uniforme in tutto il mondo, la linea politica che si sono data è quella dell?estensione delle garanzie offerte ai proprietari intellettuali di ogni genere, a beneficio delle grandi multinazionali americane e occidentali proprietarie di brevetti e alti diritti, e a danno di paesi che di una normazione più limitativa dei diritti di proprietà intellettuale avrebbero tutto da guadagnare, ma si trovano costretti a sottoscrivere questi trattati. Un primo grave errore concettuale, è la pretesa di regolare in maniera uniforme tutte le tipologie di proprietà intellettuale, dalle invenzioni industriali, alle opere letterarie, dai marchi, ai software, dai brani musicali alle varietà vegetali. Fenomeni diversissimi, caratterizzati da assetti di interessi pubblici e privati diametralmente opposti e che richiederebbero una regolamentazione altrettanto differente.

L'obiettivo che si vuole raggiungere è quello di affermare, attraverso il consenso sociale ed il Diritto, quello che in natura è falso, e cioè che un qualunque bene intellettuale può essere perfettamente paragonabile ad una mela o una macchina e come questi può essere posseduto, venduto, scambiato. La falsità di questo assunto è nell'esperienza comune: se io ho una mela, e la do a qualcun altro, io non ho più la mela e non potrò mangiarla. Se io invece scrivo una breve poesia, e qualcuno dopo averla letta la trascrive, io continuerò ad avere la mia poesia, anche se tutti i cittadini del mondo avessero una copia della mia poesia, io non la perderò. Viceversa se dovessimo dividere una mela fra tutti gli abitanti del mondo, a ciascuno ne toccherebbe un frammento non visibile ad occhio nudo. La mela, come ogni bene mobile, è economicamente bene rivale ed escludibile. Il fatto che qualcuno ne abbia il godimento preclude il fatto che qualcun altro possa averlo. Il proprietario di un bene materiale esercita il suo possesso con atti tangibili, può portare il bene con se, o chiuderlo dentro un suo domicilio. Nel momento in cui invece lo vende, realizza il suo profitto e cessa per sempre il suo rapporto con quel bene. L?autore di un?opera letteraria o software, invece, dal momento che la sua opera circola, non ne ha mai un controllo diretto, e non potrà sapere con esattezza chi sono coloro che ne hanno preso conoscenza, quante persone possiedono una copia della sua opera. Non trae profitto dal suo bene con una unica vendita, ma con tante, singole, licenze, che autorizzano ogni destinatario a fruire della sua opera. I saperi, per loro natura non sono beni economicamente rivali e la loro escludibilità non è nelle cose come può essere per un qualsiasi oggetto suscettibile di apprensione fisica.

Il proprietario di un bene materiale, tutela il suo diritto mediante il controllo diretto sul bene. Nell'era della riproducibilità, chiunque può copiare un?opera, sia questa un libro, un brano musicale, un film o un programma. L?autore perde il suo profitto ogni volta che qualcuno fruisce della sua opera senza aver acquistato onerosamente da lui il diritto a farlo, ma poiché non c?è nulla di naturale nel suo diritto e non c?è alcuna possibilità di controllo diretto, per tutelarsi si affida a sistemi di divieti pesantissimi, coordinati su scala planetaria, che alimentano burocrazie immense.

Quando invece si parla di diritto di proprietà intellettuale, invece, non si deve dimenticare che non è un diritto naturale, non è insito nella natura delle cose, è una creazione degli uomini e anche relativamente recente. L?epoca classica non conosceva il diritto d?autore: nelle sue Institutiones Gaio parla di res incorporales, ma non nel senso che oggi diamo ai beni immateriali: considera come tali le obbligazioni e l?usufrutto; anzi Gaio afferma che il commercio può riguardare esclusivamente le res quae tangi possunt, cioè le cose che possono essere toccate. Il diritto d'autore nasce storicamente in tempi recentissimi, con Gutemberg, nella seconda metà del 1400, quando si ha per la prima volta la possibilità di riprodurre opere letteraria in grandi quantità e quindi la possibilità di trarne profitto. Era però una regolamentazione industriale riservata ad autori e editori che non intaccava, se non marginalmente, i diritti dei lettori. La riproducibilità tecnica è stata un mezzo di eccezionale diffusione per l?opera letteraria ed il diritto d'autore, ha probabilmente agevolato questo processo svolgendo la sua originale funzione di patto tra il pubblico e gli autori. L?avvento dell'informazione digitale stravolge le regole: la riproduzione anche su larga scala non è più appannaggio dei tipografi, cioè di professionisti connotati imprenditorialmente, ma è ora accessibile a qualunque privato, a chiunque. Di conseguenza la legge sul diritto d'autore ha cambiato valenza: da norma di Diritto commerciale e industriale è diventata una norma rivolta a tutti gli utenti, che ne limita i diritti, e che viene modificata e inasprita sempre di più, con conseguenze sempre più gravi. Tra le più evidenti la necessità di sempre maggiori controlli e di pene sempre più severe per impedire la copia che è invece, parallelamente, è diventata sempre più semplice. Le condizioni che rendevano il diritto d'autore utile per promuovere il progresso della scienza, come era negli intenti originali, sono cadute e quindi anche le leggi andrebbero riviste. Purtroppo questo non sta accadendo anzi, ci si sta muovendo in maniera preoccupante verso ulteriori restrizioni.

Il Software

Il software presenta, rispetto a tutte le altre tipologie di bene intellettuale, una ulteriore particolarità: la possibilità di mantenere la segretezza dei sorgenti. La creazione di un programma viene fatta mediante un linguaggio di programmazione, ma poi il codice sorgente subisce una fase successiva detta di compilazione. Il programma compilato può essere utilizzato, ma non può essere studiato nella sua struttura. Il processo che permette di risalire da un programma eseguibile, al suo codice sorgente è molto complicato, spesso solo parzialmente possibile. [?]

Il software libero

Costituisce un sistema di sviluppo parallelo, che senza porsi l'obbiettivo di contestare la legittimità ad esistere del software proprietario, si propone di batterlo sul terreno della diffusione di massa. L'idea di ricerca e progresso fondata sul copyleft, assume che nelle tecnologie informatiche, il sistema dei sorgenti segreti sia controproducente rispetto all'obiettivo di comune interesse, un più rapido e migliore sviluppo. Uno sviluppatore che porti avanti da solo il proprio progetto, senza rivelare a nessuno i processi che utilizza e limitandosi a ricevere suggerimenti dai BetaTester solo sulle funzionalità del programma visibili all'utente, procederà necessariamente più lento di uno sviluppatore il cui progetto sia sotto gli occhi di tutti e che possa quindi beneficiare dell'aiuto dell'intera comunità informatica a tutti i livelli.

La prima idea forte del modello free software è questa. Il progresso del software è un interesse pubblico di grande importanza e il sistema di software house che si pongono in concorrenza fra di loro mantenendo segreto il proprio codice sorgente lo ostacola. È la segretezza dei codici sorgente a comportare conseguenze negative, il fatto che ad un utente di un programma non è noto quali sono i processi che quello compie. Il mondo industriale funziona differentemente. Se io intendo fondare una casa produttrice di macchine, posso beneficiare di un secolo di storia dell?automobilismo alle mie spalle. La normativa brevettuale mi consente addirittura di violare brevetti altrui per costruire prototipi a scopo di studio. Ed è anche nel mio pieno diritto smontare pezzo per pezzo le macchine dei miei concorrenti, per studiarne il funzionamento. Certo se loro avranno utilizzato una invenzione innovativa brevettata non potrò farla mia, ma tutto quello che 'risulta evidente dallo stato della tecnica' è a mia disposizione. Nel software non può funzionare così, risalire da un programma al suo sorgente è una operazione molto complicata e raramente di successo. Proseguendo nel paragone automobilistico, il mondo dei programmi somiglia alla Formula 1, dove le macchine sono composte in gran segretezza e nessuna scuderia ha la possibilità di andare a vedere quello che le altre hanno messo dentro al cofano. Il software libero, propone un modello di sviluppo diversissimo: fondato sulla condivisione delle conoscenze. Ogni sviluppatore, rilasciando il suo software, non solo lo correda dei codici sorgente, ma autorizza ogni altro sviluppatore ad intervenire su quei medesimi sorgenti, svolgendone degli sviluppi successivi e migliorandoli. Ogni creatore, in questo modo, beneficia in toto di tutta l?esperienza accumulata da tutti coloro che lo hanno preceduto, senza segreti. Un sistema in cui la competizione è fatta realmente ad armi pari, perché in ogni momento, tutti partono dallo stesso grado di conoscenze.

Il cuore della filosofia del free software, comunque, non sta solo nel suo modello di sviluppo, quanto nell?importantissimo grado di libertà individuali che comporta. La definizione ufficiale di software libero (quella redatta dalla Free Software Foundation), ricollega l'appartenenza di un programma a questa categoria al rispetto delle quattro libertà fondamentali:

Va inoltre puntualizzato che il software libero non deve necessariamente essere gratuito, ma può anche essere a pagamento, anche se ogni acquirente ha la possibilità di redistribuire copie, secondo quanto previsto dalla libertà 2.

Le quattro libertà fondamentali, hanno ricadute importantissime, sulle libertà civili.

L'accesso al sorgente, in primo luogo, sta a significare la possibilità teorica di conoscere ogni singolo processo che avviene sulla propria macchina, ogni operazione che viene svolta nella trattazione dei propri dati. L'importanza di questa condizione sotto il profilo della privacy è evidente. Oggi è possibile che un produttore di sistemi operativi o di programmi applicativi, per proprio conto, o per ordine di un governo, possa mimetizzare nei propri programmi sistemi di intercettazione delle informazioni. Magari destinati a restare in sonno fino a quando non giunga un ordine di attivazione, o fino a quando il programma non si trovi a trattare dati che contengano certe parole.

Avere il pieno accesso ai codici sorgente, è l?unica garanzia che nessuna funzione occulta è stata inserita nei programmi che uso e che rivestono un ruolo sempre più centrale nella mia quotidianità.

Il diritto di studiare i sorgenti e di comprendere le funzionalità dei programmi, soddisfa la naturale propensione alla conoscenza. L?uomo nasce per cercare, per scoprire, per apprendere. Chiunque abbia provato la gioia di smontare un vecchio orologio per scoprire il funzionamento degli ingranaggi, capisce di cosa parlo e non può non vivere in maniera soffocante la segretezza dei sorgenti.

Il progetto sociale che sta alla base di tutto questo, non è quello di un mondo dove pochi tecnocrati creino sistemi utilizzati da una massa di utenti inconsapevoli e tenuti all'oscuro. Al contrario il software libero delinea i contorni di una società ad alto grado di cultura tecnologica, dove gli strumenti concettuali siano diffusi.

La brevettabilità

Nel mondo del software il processo di privatizzazione dei saperi assume il volto della brevettabilità dei programmi. Oggi i programmi proprietari sono già protetti dal copyrigth, il diritto d?autore che regolamenta il diritto di fare copie dell?opera. Tuttavia negli Stati Uniti, le corti hanno introdotto in via giurisprudenziale forme di tutela più estesa, riconoscendo la validità di brevetti su programmi. La normativa europea sui brevetti, risultante dalla Convenzione di Monaco, invece, vieta la brevettabilità di programmi per computer in quanto tali. La protezione accordata dal diritto d?autore sul software e quella accordata dai brevetti sono differenti. Il primo offre tutela esclusivamente contro operazioni di copia del programma, i secondi, invece, tutelano tutte le funzionalità che questo incorpora, tutti i singoli processi logico-matematici, incluse operazioni elementari, purché innovative.

Brevettabilità del software significa che ogni nuovo algoritmo, anche il più elementare, ogni processo matematico innovativo, persino metodi di organizzazione di contenuti, cadrebbero sotto protezione. La scelta europea contraria alla brevettabilità del software è una scelta importante, che fonda, uno spazio di patrimonio collettivo: i processi logici sono di tutti e nessuno può farli propri. Il pensiero non può diventare una merce.

Importanti sono anche le ricadute economiche: il brevetto è intrinsecamente un istituto non liberale, consiste in una momentanea interruzione della concorrenza su un certo prodotto. L?inventore di una macchina o di un procedimento, viene ricompensato dalla società per gli sforzi che ha dovuto sostenere per giungere all?invenzione con un diritto di sfruttamento esclusivo della medesima. In termini di politica economica, i brevetti funzionano nel mondo delle invenzioni industriali, incentivano la ricerca e fanno progredire la tecnica più rapidamente. Ma se venissero introdotti nel mondo del software il loro effetto sarebbe disastroso: diventerà impossibile scrivere un programma senza correre seri rischi di infrangere qualche brevetto. Questo è quello che scrive Stallman parlando del suo paese: ?immaginate che ogni volta che avete preso una decisione riguardante la progettazione di un programma, specialmente quando avete usato un algoritmo che avete trovato in un giornale, o quando avete implementato una funzione richiesta dagli utenti, abbiate rischiato di essere citati in giudizio. Questo e' quello che succede oggi negli USA grazie ai brevetti sul software. Presto potrebbe andare così anche in quasi tutta Europa?. In effetti, se esistesse la brevettabilità, assisteremmo in pochi anni ad un accaparramento di brevetti su processi funzionali anche minimi da parte delle grandi case di software, il che schiaccerebbe in breve le piccole case, costringendole a pagare diritti di licenza per poter costruire nuovi programmi che incorporino quelle funzioni.

L'attacco al divieto di brevettabilità in Europa è in pienissimo svolgimento. C'è chi sostiene che l?Europa sarebbe obbligata a consentire la brevettabilità in conseguenza degli accordi TRIPS già sottoscritti. Secondo Paul Hartnack: 'alcuni hanno detto che gli accordi TRIPS ci richiedono di assegnare brevetti sul software perché dicono -i brevetti devono essere disponibili per qualsiasi invenzione- in tutti i campi della tecnologia, a condizione che siano -suscettibili di applicazioni industriali-. Tuttavia, dipende da come si interpretano queste parole. È un puro e semplice software un'invenzione? La normativa europea dice che non lo è. È il puro e semplice software una tecnologia? Molti dicono di no. È suscettibile di applicazione "industriale"? Di nuovo, per molto software molti direbbero di no. TRIPS è un argomento per una più ampia protezione del software. Ma la decisione di fare così dovrebbe basarsi su solidi motivi economici. Fare questo passo sarebbe nell'interesse dell'industria europea e dei consumatori europei?'

Il mondo che vogliamo non è questo. Non ci troviamo a nostro agio in un mondo in cui il nostro pensiero ha un valore economico. Il mondo che vogliamo, è un mondo in cui le idee, almeno quelle, siano di tutti. In cui la Scienza e l?Arte continuino ad essere luoghi di libertà dello spirito, non strumenti di guadagno organizzato.

Modello sociale del free software

Si definisce digital divide la distanza che divide coloro che detengono conoscenze tecnologiche e che possono accedere alle opportunità date dalle nuove tecnologie da coloro che invece non le possiedono. La frattura digitale è quella che sussiste fra paesi ricchi e paesi in via di sviluppo, ma è anche un nuovo e odioso elemento di differenziazioni fra classi sociali nei paesi occidentali. Il software libero delinea un modello di economia solidale, nel quale le conoscenze tecnologiche sono diffuse grazie alla libertà dei sorgenti e software, essendo liberamente utilizzabili, non sono un elemento di svantaggio per la parte debole del distacco tecnologico. Da anni gli economisti dicono che la new economy costituirà una opportunità per i paesi del sud del mondo di recuperare il proprio svantaggio, mentre la realtà mostra un concentrarsi di competenze e infrastrutture informatiche sempre e solo nei paesi altamente industrializzati. Le piattaforme proprietarie, stanno al digital divide, come il divieto ad usare farmaci surrogati sta alle grandi epidemie africane. Le piattaforme libere sono un concreto mezzo di superamento dello svantaggio tecnologico.

Il maggior pregio del software libero è quello che sta riuscendo a dimostrare sul campo, e non solo in via teorica, che almeno in questo ambito ?un mondo migliore è possibile?, un mondo in cui esistano logiche diverse da quelle esclusivamente di mercato, in cui il motore di tutto non è solo il desiderio di profitto. Quello libero è sicuramente il software del ?mondo migliore? ed è già una realtà forte, diffusa, profondamente radicata nel sentire comune. ?Software migliore è possibile?. Anzi è già esistente, diffuso, scaricabile in rete, reperibile in edicola.

Cosa facciamo

Non è nostra intenzione essere l'ennesima comunità di supporto tecnico del mondo GNU/Linux o del mondo informatico in generale. Siamo un soggetto di tipo politico, che opera nell?ambito della realtà dei social forum, la nostra produzione sarà di natura culturale e informativa. Lavoreremo per creare di nuovi spazi di cultura libera. Vogliamo promuovere il software libero, sottolineando i suoi aspetti di etica della condivisione, portando la gente a conoscerne la cultura e spiegando i vantaggi per tutta la società che può comportare. Il nostro lavoro non sarà quindi volto a propagandare o a insegnare l?uso di software libero, vogliamo, invece, promuovere analisi sociale, economica e politica su questo fenomeno, vogliamo portare i nostri interlocutori a capire i perché del software libero, non i come.

Facciamo nostro il concetto della autoeducazione popolare al consumo critico. La importante presa di consapevolezza che noi tutti cittadini, nella nostra veste di consumatori, siamo in grado di esercitare un potere di pressione mediante le nostre scelte, che talvolta risulta più efficace degli ordinari canali di partecipazione democratica. Il consumatore di prodotti informatici sia hardware che software, alla stregua di qualunque altro consumatore, nel momento in cui decide di far pesare sulla propria scelta anche ragioni di tipo etico e non solo la scontata razionalità economica del consumatore, acquista un immenso spazio di potere politico.

Fra tutti i consumatori, quello di software è il più indifeso e vulnerabile di tutti. Gli standard informatici sono complessi e di difficile comprensione. La conoscenza delle problematiche economiche e sociali legate all?informatica è scarsissima. Questo consumatore, più di qualunque altro, subisce scelte imposte, dettate dalla mancata conoscenza delle alternative, dalla non comprensione. E allora più di qualunque altro questo consumatore deve desiderare una comprensione critica: ?io voglio imparare, voglio capire, soltanto perché non voglio farmi imporre da altri scelte che non posso capire?.

Vogliamo dare al nostro pensiero globale, una forte ricaduta nel locale, vogliamo operare in maniera profonda nel nostro contesto territoriale. Moltissimo è il lavoro che si rende necessario rispetto alla società bolognese. La conoscenza della tematica del free software, in tutto il territorio di nostra competenza è a livelli bassissimi.

Nostro interlocutore privilegiato devono essere le istituzioni pubbliche. Quale primo e indispensabile passo, è nostro preciso compito richiamare, ad un atteggiamento vendor neutral, rispetto alle piattaforme e agli applicativi utilizzati, come istanza di minimale correttezza nella gestione della cosa pubblica. La Pubblica Amministrazione bolognese non può continuare a comportarsi come se esistesse al mondo un unico sistema operativo, decidendo a priori che non è necessario fare nessun procedimento di valutazione fra le diverse opportunità ogni volta che deve essere fatto un acquisto. Rispetto alle Pubbliche Amministrazioni di tipo burocratico, il software libero assume l?ulteriore valenza di consentire notevoli risparmi per le casse pubbliche. La sua adozione dovrebbe essere considerata doverosa (principio di buon andamento della P.A.). Sta a noi far valere questa doverosità, che in questa fase non viene vissuta neppure come possibilità da una amministrazione che non si pone neppure il problema del pluralismo nella scelta delle piattaforme.

Ma è comunque necessario arrivare, dopo questa prima fase, ad un salto di qualità, bisogna sensibilizzare le amministrazioni alle possibili positive ricadute in qualità della vita pubblica, che il free software può avere e richiedere che vengano fatte politiche di aperto sostegno. L?amministrazione può farsi essa stessa consumatore critico e passare da un semplice atteggiamento di piena neutralità e quindi di scelta secondo criteri di convenienza economica, ad una politica di scelta che, tenuto conto del criterio di economicità, premi scelte di positiva ricaduta sociale. Politiche di incentivo allo sviluppo del free software nel territorio locale e di investimento nella ricerca in questo ramo, possono essere incoraggiate, attingendo al gran numero di istituzioni scientifiche e di tipo tecnologico che insistono sul nostro territorio.

Vogliamo parlare con le agenzie di formazione: la Scuola sia pubblica che privata e con quella realtà vastissima che è l?Ateneo di Bologna. La formazione informatica, almeno di base, viene svolta ormai a tutti i livelli di istruzione. I due livelli rivendicativi del pluralismo informatico e della preferenza per il software libero devono essere portati anche nella formazione. Un sistema di istruzione pubblica che accrediti l?idea errata che non esista una molteplicità di piattaforme informatiche, e che non insegni ai propri alunni a capire questa molteplicità e a compiere scelte consapevoli al suo interno, si macchia di una colpa grave. Viene meno, in un ambito cruciale, a quel suo compito fondamentale di formare persone e cittadini dotati di coscienza critica.

I luoghi dove si insegna la scienza e dove si fa la ricerca, dovrebbero per loro stessa natura sentirsi affini all?identità del software libero, che si fonda su una idea di condivisione di informazioni, di circolazione delle idee, e che ha fra i suoi scopi il raggiungimento del miglior metodo possibile per il progresso tecnologico. Insistere su queste consapevolezze è il nostro ruolo.

Infine, terzo interlocutore deve essere il mondo dell?impresa. L?impresa che, pur slegata da interessi pubblici, può essere fatta avvicinare all?uso del free, in ragione della sua intrinseca bontà qualitativa. Dei migliori standard di sicurezza che garantisce, della sua flessibilità operativa e di utilizzo. Riteniamo che non sia nostro ruolo propagandare la convenienza economica, ma comunque insistere sempre su motivazioni più elevate: libertà e accessibilità dell'informazione, cooperazione.

Come gruppo appartenente ad un social forum e come forum noi stessi, ci poniamo come realtà trasversare ad una serie di altri soggetti di natura associativa che vivono e nel movimento e concorrono a formarlo. È imprescindibile che continuino a partecipare al nostro lavoro, con il loro contributo di idee, di soggettività, di elaborazione, tutte le realtà del Bologna Social Forum. Ma correlativamente è pure fondamentale che noi parliamo e ci relazioniamo con tutte queste realtà e con il movimento nella sua esistenza complessiva, perché le tematiche legate al free software acquistino un peso centrale nella suo DNA politico.

BfSf: IlManifesto (l'ultima modifica è del 2008-05-12 15:49:38, fatta da localhost)