Il modello sociale del free software
Si definisce digital divide la distanza che divide coloro che detengono conoscenze tecnologiche e che possono accedere alle opportunità date dalle nuove tecnologie da coloro che invece non le possiedono. La frattura digitale è quella che sussiste fra paesi ricchi e paesi in via di sviluppo, ma è anche un nuovo e odioso elemento di differenziazioni fra classi sociali nei paesi occidentali. Il software libero delinea un modello di economia solidale, nel quale le conoscenze tecnologiche sono diffuse grazie alla libertà dei sorgenti e software, essendo liberamente utilizzabili, non sono un elemento di svantaggio per la parte debole del distacco tecnologico. Da anni gli economisti dicono che la new economy costituirà una opportunità per i paesi del sud del mondo di recuperare il proprio svantaggio, mentre la realtà mostra un concentrarsi di competenze e infrastrutture informatiche sempre e solo nei paesi altamente industrializzati. Le piattaforme proprietarie, stanno al digital divide, come il divieto ad usare farmaci surrogati sta alle grandi epidemie africane. Le piattaforme libere sono un concreto mezzo di superamento dello svantaggio tecnologico.
Il maggior pregio del software libero è quello che sta riuscendo a dimostrare sul campo, e non solo in via teorica, che almeno in questo ambito ?un mondo migliore è possibile?, un mondo in cui esistano logiche diverse da quelle esclusivamente di mercato, in cui il motore di tutto non è solo il desiderio di profitto. Quello libero è sicuramente il software del ?mondo migliore? ed è già una realtà forte, diffusa, profondamente radicata nel sentire comune. ?Software migliore è possibile?. Anzi è già esistente, diffuso, scaricabile in rete, reperibile in edicola.
Terzo Mondo i nuovi schiavi del computer
C'erano una volta gli schiavi dei palloni e delle scarpe da football, oggi ci sono quelli dei computer. Ma se i primi hanno trovato un Ronaldo che s'è impegnato a non usare mai più scarpe prodotte dai bambini del terzo mondo sottopagati, gli schiavi del computer non hanno per ora illustri santi protettori. Così emerge da un dettagliato rapporto sulle condizioni di lavoro nell'industria elettronica che i supersofisticati pc del terzo millennio non escono da fabbriche modello, ma da scantinati con condizioni di lavoro quasi scandalose. Non stupisce che la produzione non sia più concentrata nella mitica Silicon Valley: ormai quasi tutto quello che si consuma nel globalizzato Occidente è decentrato e spesso confinato nel cosiddetto Terzo Mondo, normale che possano esserlo anche le componenti informatiche. Quello che stupisce è che le condizioni di lavoro applicate in queste fabbriche siano oggigiorno misere e da denuncia: tanto quanto lo sono state quelle scoperte qualche anno fa nelle fabbriche di palloni da calcio della Nike in Pakistan, o in quelle di maglieria della Benetton in Turchia. Da allora, scoppiato lo scandalo, le suddette aziende hanno fatto ammenda e hanno rimediato. Ma evidentemente il loro esempio non è arrivato alle multinazionali del pc. Secondo un'inchiesta pubblicata su Internet (http://www.cafod.org.uk) dalla Cafod (Catholic Agency for Overseas Development), un'organizzazione cattolica britannica per i Paesi in via di sviluppo, i lavoratori informatici in Messico, Thailandia e Cina subiscono molestie, discriminazione e condizioni di lavoro intollerabili. Questi lavoratori sono quelli che producono le componenti che poi finiscono nei computer di multinazionali come Hewlett Packard, Dell e Ibm. Si suppone che aziende di questo livello si comportino in modo più responsabile nei confronti dei propri dipendenti. «La situazione attuale è inaccettabile» dichiara Katherine Astill, un'analista che lavora alla Cafod e indaga sull'industria privata. «I loro prodotti incarnano il meglio delle alte tecnologie, ma gli standard lavorativi nella produzione informatica sono incredibilmente bassi». L'obiettivo della Cafod è che Hewlett Packard, Dell e Ibm adottino e assicurino gli standard delle Nazioni Unite. Sul sito c'è la possibilità di inviare un'email per sollecitare gli amministratori delegati delle aziende in questione a cambiare politica: «Caro signor Palmisano, quando compro o utilizzo un computer Ibm, voglio essere certo che nessuno abbia sofferto per produrlo». Interpellati e messi di fronte alle prove raccolte dalla Cafod, i dirigenti di Ibm, Dell e Hewlett Packard si sono stupìti, ma hanno promesso che indagheranno e che faranno di più per assicurare condizioni di lavoro decenti a tutti i loro dipendenti e non solo a quelli in Occidente. Le aziende in questione hanno sottolineato come i problemi siano per lo più con i loro fornitori, non direttamente nelle loro aziende. «Noi ci atteniamo alle leggi locali» ha risposto la Ibm, «ma intendiamo monitorare le pratiche dei nostri fornitori» per accertare che i loro standard «siano in sintonia con i nostri». Tra gli esempi di pratiche di assunzione discriminatorie e umilianti da parte di agenzie di collocamento che forniscono mano d'opera all'industria informatica, c'è quello di Guadalajara, la Silicon Valley del Messico, dove una donna - assunta in una catena di montaggio di un'azienda che produce stampanti per la Hewlett Packard - ha dichiarato di essere stata costretta a spogliarsi completamente e di essere stata esaminata da medici per controllare che non avesse tatuaggi e che non fosse incinta: «E' stata un'esperienza umiliante ma non sapevo come protestare, lo facevano a tutti». Uno dei principali problemi è che questi lavoratori rischiano di venire messi all'indice se si lamentano. Qualche giorno dopo aver parlato alla Cafod, infatti, tre operai di Guadalajara sono stati licenziati. Nelle interviste utilizzate dalle agenzie di collocamento che fornivano mano d'opera a una linea di produzione Ibm, sono state trovate le seguenti motivazioni per i respinti: «omosessuale», «con più di due tatuaggi», «padre avvocato», «ha chiesto informazioni sui suoi diritti», «ha lavorato per un sindacato», «incinta», «non è d'accordo con la politica Ibm». Gli assunti invece lamentano lunghi turni con paghe bassissime e contratti a breve termine illegali senza ferie, né permessi sanitari, né pensione o benefit aziendali di alcun tipo. Il rapporto segnala situazioni altrettanto inaccettabili anche in aziende elettroniche asiatiche. E fa un esempio paradossale, ma abbastanza clamoroso: in Tailandia, un operaio che produce i dischi rigidi che finiscono nei computer venduti da aziende come la Dell guadagna 2,50 sterline al giorno. Secondo i calcoli della Cafod Michael Dell, amministratore delegato della suddetta omonima azienda, nel 2003 di sterline al giorno ne ha guadagnate 134 mila. Ci sarà pure una via di mezzo che garantisca computer più equi e solidali.
Anna Masera 15/02/2004
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